Cultura dell’organizzazione


Quando una azienda considera che é giunto il momento e decide di sviluppare una strategia con i social media e le reti sociali, il camino più comune passa per considerare diversi scenari, sperimentando la presenza corporativa in diverse piattaforme e valutando su questa base le necessità interne in termini di piano di marketing e comunicazione e le competenze umane necessarie in tali dipartimenti. Sigue leyendo

Social Media vs Knowledge Management


L’apparizione delle reti sociali marca un cambio nell’organizzazione delle comunità online: mente i siti Web dedicati a comunità di interessi continuano ad esistere, i siti di reti sociali si sono organizzati intorno alle persone più che agli interessi.1

I social network sono una risorsa che può rafforzare l’attivo più importante di un’azienda: le persone che vi lavorano. Le applicazioni di social networking permettono che le persone amplino la rete di rapporti interni fuoriuscendo dalle frontiere marcate dai gruppi di lavoro, la sede, le funzioni, le unità dipartimentali ed anche le caratteristiche professionali.

Uno degli strumenti fondamentali della gestione della conoscenza tradizionale (knowledge management KM) sono le comunità di pratica, dove professionisti che condividono obiettivi comuni nell’ambito di un progetto o un campo di lavoro, condividono conoscenze e soluzioni. Potrebbe sembrare che la comunità di pratica si basi su di una struttura e fomenti una pratica equivalente in natura a quella di una rete sociale. In realtà si tratta di due diamiche molto diverse tra loro. Vari autori del mondo professionale hanno analizzato l’apparente conflitto culturale e differenze tecnologiche tra Knowledge Management e Social Media.

Mentre il Social Media si sviluppa come una forza organica, creativa ed energetica, il knowledge management si basa su una struttura più fragile perché centrata sulla preoccupazione di non perdere conoscenza, quindi focalizzata sulla conoscenza già generata, sul passato, e sullo sforzo archivistico di non perderla. Una pratica che contrasta con l’interesse del social media centrato soprattutto sul futuro, sull’esplorazione di nuove possibilità di evoluzione, come ad esempio l’interesse attuale per le potenzialità dei device mobili.

Il knowledge management si riferisce alla pratica di identificare, generare, compilare, rappresentare, distribuire e favorire l’adozione della conoscenza disponibile in forma esplicita, e anche esplicitare la conoscenza che risiede in forma tacita nell’esperienza dei professionisti di una azienda. Si tratta di una disciplina che mantiene stretti legami con i dipartimenti di risorse umane, tecnologia dell’informazione e pianificazione strategica. Oltre a disporre di risorse e di una piattaforma tecnologica, l’instaurazione di un sistema efficace di knowledge management nell’azienda richiede sopratutto di un cambio nella forma mentis delle persone implicate, per impiantare una cultura della condivisione tra tutti i partecipanti.

La pratica di condivisione nel social media non é invece istituzionalizzata, il medio fornisce il canale per instaurare una nuova forma di relazione basata nella conversazione e nel libero flusso di informazioni con gli utenti o clienti, tra colleghi di una stessa azienda, tra professionisti di una stessa disciplina, con i fornitori ed altri attori della catena di valore. Una volta che esiste questa interazione, per capitalizzare questa pratica sarà senza dubbio necessario catture i dati salienti in qualche forma e trasformarli in conoscenza. Però il processo di generazione di conoscenza é informale anche se non per questo meno efficace.

La ragione per cui il knowledge management non si é ancora integrata nel Web 2.0 é perché le aziende in generale vedono la conoscenza come qualcosa che deve essere controllato rigidamente da poche persone e riesaminato più e più volte. I social media invece implicano un flusso libero di informazione tra le parti, una informazione che può essere nella maggior parte dei casi corretta, che però può anche essere apocrifa o finanche totalmente errata. Cambierà il social media la maniera in cui si concepisce il knowledge management? Probabilmente già sta occorrendo nelle aziende più avanzate. Però il resto dell’industria tarderà prima di mettersi alla pari. Inoltre, il knowledge management non potrà mai essere un flusso libero come il social media semplicemente perché ha bisogno di strutturare l’informazione perché abbia senso per la maggior parte degli utenti.”2

É possibile che la diffusione della pratica social media faciliti la chiusura di questa breccia. D’altronde non sembrerebbero pratiche così distanti l’una dall’altra considerando che così come la creazione di conoscenza risponde a flussi informali (conoscenza tacita secondo il knolwedge management o conversazioni secondo il social media) é necessaria una strutturazione per il suo uso e conservazione (repositori di knowledge per il knowledge management, folksonomia e wiki per il social media): si tratterebbe dunque di metodi diversi per necessità ed aspirazioni simili.

Andrew McAfee, che popolarizzò il termine Azienda 2.0 per indicare l’uso della tecnologia collaborativa Web 2.0 nell’azienda, afferma che nell’ambito lavorativo si tende ad investire un eccesso di risorse a rafforzare relazioni consolidate da cui però non possiamo aspettarci scintille di novità o sorpresa che ci stimolino all’innovazione. Così come la diversità (di età, di genere, di specializzazione) assicura freschezza in un gruppo di lavoro -anche se può ostacolare la coesione-,3 in forma analoga le persone che lavorano insieme da tempo e condividono la stessa cultura aziendale hanno poche possibilità di apportare novità all’apprendimento mutuo e dunque non si creano grandi variazioni alle dinamiche interne di lavoro. Perché le novità generalmente le troviamo in ambienti a noi poco conosciuti.

Il famoso testo di Granovetter sulla forza dei legami deboli incide sul fatto che quando vogliamo innovazione, dobbiamo rivolgerci per prima cosa proprio ai nostri “legami deboli”, quelle relazioni più distanti con cui abbiamo poco o nessuno scambio di knowledge ed anche di rete di relazioni.4

Anche nell’ambito lavorativo le persone tendono a ubicare i colleghi in categorie seguendo l’intensità della relazione che li lega. Cobianchi suggerisce quattro categorie secondo la relazione che si stabilisce nel lavoro:5

  • le relazioni forti, ossia l’insieme delle persone con cui si mantengono contatti frequenti, quotidiani, di lavoro;

  • le relazioni deboli, quell’universo di quelle persone con cui abbiamo una relazione però non tanto frequente, legata alle funzioni del lavoro o anche affinità personale;

  • le relazioni potenziali, con le persone dell’ambito lavorativo con cui non abbiamo contatti ma con cui sarebbe positivo tessere una relazione;

  • gli estranei, ossia le persone con cui non abbiamo relazione alcuna e che non abbiamo ragione o stimolo di conoscere.

Dal punto di vista dell’innovazione, i legami deboli hanno un grande valore per ciò che possono apportare, e sono appunto le applicazioni 2.0 che favoriscono il consolidamento dei legami deboli e dunque la apertura di nuovi canali in cui possono circolare liberamente informazione e idee che stimolano i processi creativi e l’innovazione nelle aziende. Sono molteplici gli esempi di applicazioni social media nell’azienda, dalle pagine individuali dei dipendenti in spazi come Facebook, alle pagine aziendali o anche l’uso di applicazioni come wiki o blog.

1 Educación y redes sociales, Facultad de comunicación de Universidad de Lima, lima 2009, http://www.scribd.com/doc/23430179/Educacion-y-Redes-Sociales.

3 Pablo Cardona, Helen Wilkinson, Trabajo en equipo, Occasional Paper 07/10, IESE Escuela de Negocios Universidad de Navarra, 2006 pagina 2

4 Mark S. Granovetter, The Strength of Weak Ties, The American Journal of Sociology, Vol. 78, No. 6. (May, 1973), The University of Chicago Press, pp. 1360-1380.

Società: capitalista? postindustriale? finanziaria?


L’astratto della realtà virtuale é, per dirla con le categorie di Luhmann, uno dei tanti indicatori della contingenza che si afferma come valore proprio della società e quindi della comunicazione. (Manfré 2008)

Secondo questo autore, non possiamo più descrivere la società come ‘capitalista’ o ‘postindustriale’ e suggerisce usare il termine ‘società finanziaria’, un concetto che ha la sua importanza nell’ambito di Internet.

L’imporsi della contingenza come valore proprio della società ha avuto un effetto su diversi aspetti della società, tra cui il medium ‘denaro’. Questo ha assunto una forma sempre più ‘contingente’ e astratta, come quella del denaro elettronico. I pagamenti in denaro, nella sua forma astratta (denaro elettronico) favoriscono processi astratti, come quelle transazioni che a loro volta producono informazioni che vengono poi elaborate come comunicazione e generano degli effetti reali sull’insieme del sistema economico. Se una banca modifica gli interessi applicati ai clienti, questa informazione non solo può spingere i clienti a spostare i propri risparmi, ma al trasformarsi in comunicazione che circola tra i clienti e anche fuori, nei media, causa aspettative sulle future azioni della banca in relazione al mercato. Una possibilità che si trasforma in reale per effetto della comunicazione.

Su scala globale, l’economia finanziaria lavora su ‘ipotesi di pagamenti’ che ancora non sono avvenuti, come nel caso del mercato dei derivati. Nel momento in cui il valore di scambio prevale sul valore d’uso, l’elemento informativo o comunicativo assume dunque un ruolo importantissimo. La crisi dei subprime é un buon esempio di ciò.

Il valore d’uso di beni, cose etc. non diventa altro che il loro valore di scambio.”1

La fusione nell’anno 2.000 di America On Line (AOL) con Time Warner fu la prima grande dimostrazione di come una giovanissima impresa il cui valore in borsa era cresciuto a dismisura sulla scia della bolla digitale, riuscì a monetizzare il valore ‘di futuro’ che il mercato le aveva concesso, creando una fusione con Time Warner, impresa di grande tradizione e solidissima posizione nel mercato.

L’astratto del prossimo futuro sarà sempre più concreto. É per questo che oggi la tecnologia digitale ha assunto un ruolo economicamente decisivo nelle società avanzate: nel giro di pochi anni sarà l’informazione più immateriale (immateriale digitale) a essere oggetto della parte preponderante degli scambi economici e sociali.”2

Finito il tempo del fordismo, dell’incontro tra capitale e lavoro, siamo adesso nell’epoca del capitalismo ‘software’ e della modernità leggera, come la descrive Bauman, dove l’organizzazione aziendale é concepita come un constante e mai concluso intento di adattarsi a un contesto “complesso, proteiforme e in rapido movimento e dunque ambiguo, incoerente e plastico”.3

Una adattabilità aziendale che non può più basarsi su strutture durature e solide ma deve essere capace di navigare acque turbolente, con la creatività e l’esigenza del pubblico a marcare la rotta.

1 Piazzi 1995, pagina 244

2 Manfré 2008, pagina 98

3 Bauman 2000, pagina 131

Cannes se viste de verde

Di Caprio

Cannes (Reuters) 15 mayo 2007

“El calientamiento global es una realidad. Está ocurriendo”. Con este mensaje el actor Leonardo di Caprio mostró su faceta más activista y lanzó el mensaje más inquietante del Festival. 

El documentario “La hora 11. Consume menos, vive más”,  que presentó en el Festival de Cine de Cannes, habla del calentamiento global de una forma directa y alarmante: estamos viviendo los últimos minutos de la última hora antes de que sea demasiado tarde. Este actor cuyas actividades ecologistas son conocidas desde años, ha querido aprovechar su notoriedad y la repercusión mediática del escenario de Cannes para lanzar un llamamiento: paremos nuestras actividades  contaminantes y salvemos nuestro medioambiente antes de que sea demasiado tarde.
El documentarios es un recorrido divulgativo que identifica diversas causas del calentamiento global apuntando tanto a las acciones cotidianas de las personas de a pie como a las grandes actividades industriales y su impacto en el ambiente.  A lo largo de los 90 minutos que dura el documental, la voz de Di Caprio formula preguntas concretas sobre el impacto que causa el actual estilo de vida y de producción, preguntas que responden diversos científicos de la talla de Stephen Hawking. El enfoque del documentario y el mensaje de Di Caprio no es milenarista, y el mensaje de fondo es que hay esperanza: a pesar de la gravedad de las realidades descritas, es posible hacer algo, todavía. La gravedad del asunto es el tiempo, porque o cambiamos ahora o será siempre más difícil poner remedio a una situación cuyos efectos ya estamos sufriendo.
No es la primera vez que el cine se hace instrumento y canal de difusión de mensajes sociales tan directos. Hace solo un año, el ex vicepresidente de los Estados Unidos, Al Gore, ganó un Oscar por su documentario-denuncia “Una verdad incómoda” (An inconvinient truth), a través del cual logró que los medios de comunicación hablaran de la realidad del calentamiento global, que todos ya experimentamos pero que muchos quieren negar u ocultar.
Según las hermanas Leila Conners-Petersen y Nacia Conners, directoras, coporoductoras y coguionistas del documental, es necesario parar esta especia de suicidio conciente de la humanidad. Kenny Ausubel y David Orr, respectivamente jefe y profesor del departamento de estudios medioambientales de la Universidad de Oberlin, en Estados Unidos, colaboraron en la realización de la película , convenidos de que es necesario informar a la opinión pública de la gravedad de la situación y de que el medio audiovisual es muy eficaz para mover las conciencias. Sin embargo, el documental denuncia la responsabilidad del Gobierno de los Estados Unidos y de su industria, responsable del 75 por ciento de las emisiones globales.

Premio Biol, para España

oliva.jpgApulia (Italia)

El aceite español “Rincón de la Subbética” gana el XII premio internacional del aceite biológico.

Por primera vez un aceite español recibe este galardón internacional que hasta la fecha había sido dominado por productores italianos. 

“La calidad general mejora cada año” ha declarado el presidente del jurado, Dr. Antonio Zelinotti, jefe del panel italiano del Consejo Oleico Internacional, el  máximo organismo internacional del sector. “La victoria española demuestra que la excelencia  es el objetivo de los productores del aceita biológico”.

Una novedad de esta doceava edición del Premio Biol ha sido el análisis sobre los mejores aceites y sus territorios lo que se recopilará en la primera Guía Internacional de los mejores aceites virgen extra biológicos.

El Premio Biol fue establecido en 1995 para difundir y vitalizar los aceites de oliva extra virgen obtenidos mediante técnicas de agricultura biológica y contribuir así al conocimiento y difusión de la agricultura ecológica. Incluye un apartado dedicado a la fotografía.

 

Pueden participar al concurso productores individuales, cooperativas oleícolas y confeccionadores de aceite que utilizan y practican técnicas de agricultura ecológica de acuerdo a los estándares de regulación establecidos por el IFOAM (International Federation of Organic Agriculture Movements) y a las normas nacionales, comunitarias e internacionales vigentes.

Se admiten a concurso exclusivamente los aceites de oliva virgen extra provenientes de agricultura ecológica, obtenidos de acuerdo a las normas comunitarias vigentes sobre la clasificación de los aceites de oliva, y provenientes de áreas territoriales delimitadas y homogéneas.