Generazioni in rete


Vari autori hanno affrontato l’analisi delle caratteristiche proprie delle diverse generazioni e la loro relazione con il medio digitale, in funzione della comunicazione, delle aspettative, delle tendenze e del loro impatto sulla società e l’economia.

Nel suo Saggio sulla mutazione, lo scrittore Alessandro Baricco si domanda se “sia un fenomeno circoscritto, legato a uno strumento tecnologicamente nuovissimo, la rete, e sostanzialmente relegato lì. E so che la risposta é no: con le branchie di Google respira ormai un sacco di gente, a computer spenti, nel tempo qualsiasi delle sue giornate. […] Credo che la mutazione in atto, che tanto ci sconcerta, sia riassumibile interamente in questo: é cambiato il modo di fare esperienza.”1

Per Baricco, l’esperienza di questa generazione che respira con Google ha forma di stringa, una traiettoria che unisce in modo rapido, a volte effimero, punti diversi, però in modo soprattutto veloce.

Secondo Jerome Tapscott2, la generazione digitale é frutto non solo di trasformazioni demografiche ma anche tecnologiche perché il cambio nell’uso dei media converte l’utente da recettore passivo a agente attivo che genera contenuti. Per descrivere come questa evoluzione tecnologica ha influito sull’evoluzione delle generazioni, Tapscott stabilisce tre stadi evolutivi: Baby boom, Baby bust ed Eco Baby boom.

La generazione Baby boom (1946-1964) é per l’autore la generazione del rock, della Guerra Fredda, dei movimenti civili per i diritti umani e dell’arrivo dell’uomo sulla luna. La televisione é stata la loro finestra sul mondo ed il futuro era percepito come qualcosa da conquistarsi.

I Baby bust (1965-1976) sarebbero la generazione perduta o generazione X, con buona formazione pero difficile accesso al mercato del lavoro, nacquero con la televisione, consumarono la musica di MTV e giocarono con i primi computer personali.

La generazione Eco Baby boom (1977- 1997) nasce durante la rivoluzione tecnologica di internet, la generazione della rete.

Tapscott chiama la generazione digitale, Net Generation o Generazione N, e le caratteristiche che la identificano sarebbero: una indipendenza marcata, già che sono abituati ad adottare una attitudine attiva nella ricerca ed uso dell’informazione; franchezza emotiva e intellettuale, perché quando si comunicano in internet si espongono e rivelano idee e sentimenti; inclusione sociale, perché Internet favorisce nei bambini una visione globale più che nazionale. Tapscott afferma anche che l’ambiente interattivo favorisce l’abilità verbale e l’espressione delle idee, un aspetto molto controverso già che per molti ricercatori Internet avrebbe effetti diametralmente contrari. però tornando alla Generazione N, sarebbero innovatori e pratici perché cercano il modo migliore per realizzare i loro compiti; ricercatori, perché la tecnologia é per loro qualcosa di naturale ed hanno una forte inclinazione alla curiosità; ed impazienti, perché vogliono che le cose succedano rapidamente e si fidano pochissimo dell’informazione corporativa emessa dalla televisione e dai canali istituzionali.

Jeroen Boschma, direttore creativo della rivista olandese Keesie e coautore di Generazione Einstein3, rivisita le caratteristiche di quattro generazioni dal 1946 ai giorni nostri e afferma che i giovani della Generazione Einstein (dal 1988 ad oggi), sono nati in un mondo informatizzato con acceso all’informazione 24 ore su 24, anywhere, anytime, anyplace. Per loro i mezzi di comunicazione sono trasparenti, sanno discriminare l’informazione importante in funzione dei loro interessi e non danno molte opportunità: se l’offerta non li convince subito non hanno interesse né fiducia in chi la offre e lo cancellano dai loro itinerari di interesse. La Generazione Einstein si mantiene, secondo Boschma, in constante comunicazione perché hanno bisogno di esprimere ciò che sentono e pensano, e l’analisi delle conversazioni nella blogosfera rivela una aspirazione diffusa a voler incidere nella realtà e a voler usare la informazione in loro possesso in modo utile. Questa caratteristica li spinge ad esempio a castigare le imprese che considerano disoneste.

I più anziani di questa generazione già hanno compiuto ventidue anni e stanno entrando nel mondo del lavoro. Le aziende abituate a generare una comunicazione unidirezionale dovranno presto fare i conti con impiegati e clienti abituati a interagire e a condividere idee.

La descrizione che fa Boschma delle caratteristiche delle generazioni anteriori coincide in grande misura con quella di Tapscott. La generazione dei nati tra il 1946 ed il 1964, posteriore alla Seconda Guerra Mondiale, si definisce Baby Boom per lo straordinario numero di nascite. Questa generazione riceveva informazione attraverso la radio, la scampa e a partire dalla fine degli anni ‘50, dalla TV. Secondo l’autore, le persone che conformano questa generazione si caratterizzano per un certo carattere rivendicativo, ottimista e con grandi speranze depositate nel futuro.

La Generazione X (1965-1985), sarebbe una generazione invisibile, senza identità propria, marcata per la depressione economica degli anni ’80, con un sentimento di relativismo generalizzato e poca fiducia nel futuro. Questa generazione é ‘analogica’ e si avvicinò a Internet in età adulta, facendone uso principalmente come fonte di informazione.

La Generazione Einstein (1988- attualità) ha oggi un’età intorno ai venti anni: si tratta di persone nate in un’epoca di crescita e prosperità economica che fomentò in loro una grande fiducia nel futuro e nelle loro possibilità individuali. É la prima generazione digitale per eccellenza.

Sono tremendamente pratici, abituati a trovare soluzioni e ad accedere a ciò che vogliono in forma rapida e facile. Anche se l’attuale crisi economica sta ritardando il loro ingresso nel mondo dell’impresa e della politica, nel giro di pochi anni favoriranno un cambio sostanziale alle organizzazioni. Le persone della generazione Einstein non solo consumano informazione, come la generazione X, ma la accrescono al creare contenuti come autori.

Boschma rivisita anche la Piramide di Maslow e propone una nuova distribuzione dei bisogni di questa generazione digitale. Spiegando il cambio che si é prodotto nella scala delle priorità dove le relazioni sociali sono l’asse principale, l’autore prende come riferimento una piramide invertita e trasforma i cinque livelli dei bisogni di Maslow (fisiologia, sicurezza, appartenenza, stima, autorealizzazione) secondo la sua analisi dei bisogni della generazione Einstein, che non considererebbero l’autorealizzazione una meta. ciò che questi giovani pongono in cima alla scala delle priorità é una nuova necessità l’unicità nella diversità, che risponderebbe alle aspirazioni di collettività proprie di questa generazione. La nuova piramide dei bisogni elimina i livelli due e quattro, sicurezza e stima, già che si considerano dati e dunque no necessari. L’autorealizzazione si converte in uno stato di normalità che insieme alla sopravvivenza e alle relazioni sociali, che conducono al livello sei, di unicità nella diversità.

Queste classificazioni delle caratteristiche generazionali hanno lo scopo di disegnare frontiere tra attitudini culturali e stili di vita, ma certo non pretendono generalizzare comportamenti precisi. Non tutti i giovani nati dopo il 1998 sono esperti nell’uso della rete e non tutti vivono la tecnologia con la stessa passione. Christopher Harris4 identifica tre maniere di usare la tecnologia che a loro volta caratterizzano tre tipi di utenti: voyeur, coloro che conoscono l’esistenza della tecnologia però non la usano; immigrante, coloro che partecipano alla rete però in modo limitato; e nativi, coloro che hanno adattato il loro modo di vita a un uso intenso della tecnologia digitale.

Si potrebbe dire che ogni generazione ha alcune caratteristiche preponderanti nella forma di interpretare il mondo e nella forma di stabilire relazioni con gli altri. Per questo, non sarebbe tanto importante il gruppo d’età quanto il fatto di condividere uno stesso codice comunicativo che facilita la relazione.

La riflessione sul cambio generazionale non può non considerare il passaggio dalla mente istruita alla mente virtuale, una transizione che José Moyano5 ha descritto comparando caratteristiche proprie della logosfera (cultura della parola) e la iconosfera (cultura dell’immagine). Mentre l’ambiente della logosfera educa alla pazienza con la lettura, stimola la riflessione senza emozione e produce risposte riflessive (sono/non sono d’accordo), nell’iconosfera prevale la dimensione sensoriale, dinamica ed emotiva, l’immediatezza e la sorpresa. Al generare una emozione senza riflessione, l’iconosfera educa alla voracità e all’impazienza, e dunque anche le risposte sono emotive (mi piace/non mi piace).

La sovrabbondanza dell’informazione offerta da tecnologie digitali onnipresenti, la complessità comunicativa che deriva dalla quasi infinita possibilità di disegnare percorsi grazie all’ipertesto, le esperienze virtuali e le molteplici espressioni multimedia e transmedia che grazie alla convergenza portano a creare nuove narrazioni, sono tutti aspetti di una realtà che richiede un uso esperto di molteplici linguaggi in costante mutazione.

Per Antonio Ariño, dell’Universitá di Valencia6, siamo appena entrati nel Web 2.0 e già in piena transizione verso la Web semantica. Non si tratta di un cambio unicamente tecnologico, ciò che é in atto é un processo di trasformazione sociale e culturale. Dal punto di vista culturale si sta generando ciò che Jenkins (MIT) denomina Cultura Convergente, che sta ad indicare una crescente interdipendenza dei sistemi di comunicazione con molteplici vie di entrata ai contenuti e relazioni di partecipazione. Già sappiamo che i consumatori partecipano al flusso dei media, specialmente dei media sociali, e come risultato, essi stanno attuando non più e non solo come individui ma anche e sopratutto come comunità, generando ciò che Pierre Lêvy chiama intelligenza collettiva. In questo senso il consumo dei media diventa un processo sociale. “Finché rimarremo centrati sull’accesso, la riforma rimarrà centrata sulle tecnologie; però appena si inizi a parlare della partecipazione, l’enfasi si sposterà sui protocolli culturali e le pratiche.”7

Per Epifani la convergenza è “il processo di ibridazione tra sistemi di trasmissione audio-video di tipo diffusivo (radio e televisioni), i servizi interattivi di tipo Web (e-commerce) e la possibilità di utilizzare piattaforme di fruizione differenti (computer, tv, periferiche, wireless).” Il fenomeno dell’ibridazione non si centra sull’’utilizzo simultaneo di tecnologie differenti quanto su “un processo di ‘rimediazione’ progressiva di più strumenti e device nell’ambito della quale l’origine dei diversi elementi si perde, dando vita a qualcosa di nuovo in grado di soddisfare nuove e più complesse esigenze degli utenti.”8 Un processo creativo dunque che va più in là della somma delle parti e produce un elemento nuovo con caratteristiche e prestazioni proprie. Grazie alla convergenza, gli utenti possono accedere a qualsiasi contenuto in ogni posto in qualsiasi momento. Combinando le possibilità offerte dalla tecnologia con le caratteristiche altamente socializzanti della generazione digitale, sembrerebbe logico aspettarsi che le potenzialità divengano concrete in tempi brevi e quindi si diffondano e rafforzino le capacità delle comunità virtuali di sviluppare e combinare le competenze dei loro membri per arrivare a generare qualcosa di più, una sinergia del knowledge che é molto più che una conoscenza condivisa.

A questa abilità si riferisce il termine intelligenza collettiva, un concetto che si basa sull’idea che la conoscenza non é un bene come gli altri, non si consuma con l’uso e non si perde al condividerlo con gli altri. La condivisione della conoscenza arricchisce la conoscenza, una realtà che già aveva risaltato la vecchia disciplina del knowledge management che oggi si sparge nella rete e si dota di nuove finalità, non sempre legate agli obiettivi di una azienda o istituzione però, alla fine, produttiva.

Di fatto nella rete si sta producendo un incremento della capacità di condividere cooperare e realizzare azioni collettive fuori dai limiti delle istituzioni ed organizzazioni tradizionali.

La tecnologia del chiamato software sociale, le applicazioni che sostengono la Web 2.0, operano in tre ambiti in forma intrecciata: comunicazione, interazione e cooperazione. La tecnologia che sopporta la cooperazione permette che i gruppi si riuniscano e che gli individui contribuiscano agli sforzi del gruppo senza che sia necessaria la presenza di un gestore o manager formale. Secondo Shirky, la tecnologia ha sbriciolato i limiti alla capacità in termini di volume, sofisticazione ed estensione dello sforzo creativo (o lavorativo) senza supervisione.

Recenti studi su internet segnalano che la rete universale cresce non solamente come spazio di informazione e comunicazione ma anche come spazio di condivisione e interazione.9

Tutte queste potenzialità pongono sfide molto concrete alle aziende e organizzazioni di ogni tipo che sono chiamate ad acquisire le capacità di poter gestire ed essere parte del cambio: disponibilità a perdere una porzione di controllo del messaggio, delegazione di potere al pubblico, apertura alla conversazione, fiducia nella capacità delle comunità, di pubblico però anche degli impiegati, di autoregolarsi in maniera efficiente. Il prezzo di non adeguarsi é l’isolamento e il porre in rischio la propria sopravvivenza.

1 Alessandro Baricco, I Barbari, saggio sulla mutazione, Feltrinelli Milano 2006, pagina 95

2 Don Tapscott, Growing up digital: the rise of the net generation. New York, MvGraw-Hill, 1998

3 Jeroen Boschma, Generación Einstein Más listos, más rápidos y más sociables. Comunicar con los jóvenes del siglo XXI, Gestión 2000, Madrid 2006

5José Moyano, Presidente de ANELE, Las nuevas formas de edición y su incidencia en los derechos de autor, “Autoedición, reutilización y web 2.0”, UIMP, Santander 2008

6Antonio Ariño, Universitat de València, Las nuevas formas de edición y su incidencia en los derechos de autor, UIMP, Santander 2008Santander 2008

7Henry Jenkins, Convergence Culture, New York University Press, 2006, NY, pág. 23

8 Stefano Epifani,Tecnologie della comunicazione applicate all’impresa, La convergenza, pag 3 http://blog.stefanoepifani.it/presentazioni/

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